RAPORTO SVIMEZ: IL SUD IN MARCIA

"Il Rapporto Svimez 2017 non ha certo deluso curiosità e attese. Se il Sud, nella storia unitaria ha vissuto la saga delle porte girevoli entrando e uscendo a seconda delle congiunture dalle Agende istituzionali, possiamo affermare senza obiezioni che da settant’anni la Svimez lo iscrive ogni anno d’imperio nella grammatica civile e politica del Paese. Il Rapporto anche quest’anno è entrato nel cuore di una lettura che non fa sconti e non indulge in stucchevole letteratura". Lo dichiara Vincenzo Viti, consigliere Svimez. "Il Mezzogiorno esce dal tunnel della recessione, rivede indici di crescita comparabili con quelli del Nord (1,3 versus 1,5), registra il persistere del ritardo rispetto alla media europea ma vive la condizione propizia per riprendere fiato in vista di una riallineamento della economia su valori significativi. Pur se permane la "spirale" fra bassi salari, bassa produttività, bassa competitività, quindi ridotta accumulazione e minore felicità sociale, il Sud non rappresenta più, come nelle peggiori previsioni è stato argomentato, una "causa persa". Manifesta anzi una capacità di "resilienza", termine omeopatico di duttile maneggiabilita', se si tiene conto del contributo (più di un terzo del PIL) offerto alla ricchezza nazionale nell'ultimo biennio. La riflessione della Svimez, così come il dibattito a più voci che si è articolato, si è diffusa lungo la dorsale aperta (anzi riaperta) dalla vicenda lombardo-veneta dentro la tempesta imperfetta scatenata dalla turbolenza catalana e a posto il tema di un nuovo autonomismo (e regionalismo), da vivere dentro lo spazio regolatore degli Stati nazionali e nel quadro di una statualita' europea che attende ancora una definita identità. La nostra, è una difficile transizione insidiata dal conflitto-contemperamento fra libertà e certezza delle regole istituzionali, sentiero che diviene sempre più stretto, soggetto com'è a domande che stanno dentro il mare tutt'altro che pacifico della globalizzazione. La Svimez, attraverso la riflessione di Giannola, non a caso ha posto con estrema chiarezza il tema dirimente del residuo fiscale evocato dal quesito referendario lombardo-veneto. E lo ha fatto riprendendo due categorie che hanno dominato il dibattito meridionalista: integrazione e interdipendenza. Due categorie da reinterpretare nel quadro di cifre che rivelano la buona performance del Mezzogiorno e che pretendono che una volta per tutte venga contraddetta la leggenda per cui i 50 miliardi del residuo fiscale (trasferiti al Mezzogiorno) riflettano il "grande spreco", il falò delle inerzie e dissipazioni attraverso cui il Sud viene raccontato al di là delle sue inescusabili carenze. Il Sud cresce, com'è naturale, in ordine sparso. Fungono da traino Campania e Basilicata. Concorre con qualche difficoltà la Puglia. Permangono tuttavia diversità e dualismi che andranno affrontati nel quadro di una strategia nazionale. Il riferimento è al dualismo demografico, alla divaricazione nei redditi e nella qualità dell'occupazione, alla fuga dei cervelli e al depauperamento di risorse intellettuali (200 mila laureati hanno abbandonato il Mezzogiorno), alla debolezza delle politiche industriali per il limitato impatto nel Sud di "Industria 4.0". Tutti temi che incidono sulla materialita' della condizione sociale e sulla radicalizzazione ed estensione delle aree di povertà, su cui occorrerà peraltro tornare per definire meglio strategie di sostegno allo sviluppo più che ad operazioni,pur utili se finalizzate e definite,di sussistenza. La ripresa degli investimenti pubblici,il Masterplan, la valorizzazione dei “driver” (logistica, rigenerazione urbana, energia, Zes purché utilizzate con saggia parametrazione) tornano puntualmente nel refrain della Svimez. Ma il tema dei temi è tornato a insistere sul recupero di un effettivo disegno di federalismo fiscale che fondi su un Patto nazionale e che si giovi di un protagonismo del Sud costruito su grandi coordinate europee e mediterranee. Un Patto che, per reggere e resistere alle spinte dei populismi territoriali, dovrà ripartire da quella nozione di eguaglianza dei diritti fondamentali che rappresenta il principio costituzionale della unità del Paese. In effetti il regionalismo italiano ha bisogno di una salutare rivisitazione. Giannola lo ha rilevato con lucidità quando ha colto nella rivendicazione negoziale finora asimmetrica delle tre Regioni (le due Padane e l'Emilia) una istanza che, depurata dalle pretese fiscali, può essere colta come l'occasione per ripensare aggregati, dimensioni e meccanismi regolatori dell'autonomismo italiano, assumendolo a fondamento di un modello federalista connettivo e solidale. Le asimmetrie che il Paese ha sofferto e soffre per effetto delle politiche di austerità reclamano visioni strategiche forti, affidate alla intelligenza di una classe dirigente chiamata a un grande sforzo di elaborazione e di coesione nazionale. Tutte condizioni oggi avvolte, a quel che viene da aruspici e sibille cumane, di prospettive nebbiose. Lo Stato dal suo canto, lo ha ribadito un ottimo Ministro come De Vincenti, realizzerà un passo decisivo verso il riallineamento della spesa in conto capitale in relazione alla popolazione residente (il mantra del 34%, normativamente deciso e finora ignorato). Il resto, ed è impresa decisiva, dovrà farlo il Sud, dismettendo pratiche di confuso movimentismo e recuperando il senso di una comune direttrice di marcia. L'unica che possa portarci, attraverso il federalismo solidale, in una condizione di vera modernità, più forte di ogni maledizione e di ogni sortilegio".