Martedì, 16 Ottobre 2018 10:50

IL 16 OTTOBRE DEL 1943...

Dopo l'arresto di Mussolini il 25 luglio e l'armistizio dell'8 settembre, Roma venne occupata dai nazisti, nonostante il tentativo di difesa presso Porta San Paolo e alla Montagnola e sebbene fosse stata dichiarata città aperta. Nei nove mesi di occupazione la città fu teatro della deportazione degli ebrei romani del 16 ottobre 1943...

... di attacchi alla Wehrmacht da parte della resistenza romana come quello avvenuto in via Rasella, e di eccidi da parte dei nazisti come alle Fosse Ardeatine, per poi essere infine liberata dagli Alleati il 4 giugno 1944. Una lucida e drammatica testimonianza è quella di Adriano Ossicini, 98 anni, parlamentare della Sinistra indipendente, ministro per la Famiglia con il governo Dini, eletto anche da un collegio della Basilicata. “Gli elmetti delle SS luccicavano al chiarore dei fari, i soldati si muovevano a gruppi, un ragazzino tentò di scappare e fu subito ripreso. Si sentivano le urla, i pianti delle donne, il rumore dei camion militari - racconta l'ex ministro Adriano Ossicini, 83 anni, uno dei testimoni di quella notte - Vedevo le divise dei tedeschi e gente che tentava di scappare dal Ghetto verso l'Isola Tiberina. Era una scena spaventosa, una cosa apocalittica». Era, in altri termini, l'alba del 16 ottobre 1943 e i soldati del Reich rastrellavano gli ebrei romani del Portico d'Ottavia. Ossicini, allora laureando in Medicina ma già comandante partigiano, poi medaglia d'oro alla Resistenza, aveva solo ventidue anni e stava facendo pratica all'ospedale Fatebenefratelli. «Quello che era terribile - racconta - erano quegli ordini rabbiosi, gridati in una lingua straniera, che rimbombavano tra le case. Gli ebrei, ci sembrò subito chiaro, erano destinati ai lager. Fu un incubo». Ossicini vide tutto «da una finestra del reparto Sala San Pietro dell'ospedale». «Stavo facendo un'endovenosa a un paziente - dice l'ex ministro, che ha accennato in un libro, “Un'isola nel Tevere”, agli eventi di quella notte - Era l'alba. Dopo la caduta di Mussolini (il 25 luglio del 1943, ndr ) ero uscito da Regina Coeli dove ero stato rinchiuso come sovversivo, e, pur essendo ricercato, facevo avanti e dietro tra Roma e Viterbo, dove guidavo una formazione partigiana. Saranno state, più o meno, le cinque e mezzo del mattino, quando mi accorsi che al di là del Tevere, dalla parte del Ghetto, c'era movimento di truppe e gente che scappava». «Famiglie intere (i deportati furono, solo in quella notte, 1.022). Quello che mi colpì è che nessuno tentò di ribellarsi. In quel momento pensavo che forse io, morto per morto, avrei cercato di fare qualcosa. Ma c'era la minaccia delle armi... Resta il fatto che fu apocalittico vedere tutte quelle persone, impotenti, che salivano sui camion. Un bambino tentò di scappare uscendo dalla fila e fu subito riacchiappato mentre i soldati lanciavano, in tedesco, urla bestiali. Le donne piangevano». «Tornammo verso il ponte e avviammo quante più persone possibile verso l'ospedale. Non abbiamo mai saputo quanti fossero in realtà gli ebrei. Ma in quel momento era impossibile fare distinzioni. Chiesi a un certo fratel Raimondo, un prete, di nascondere tutti. Furono messi in un ambulatorio. Il primario, Giovanni Borromeo, in quel momento non c'era, ma sapevo che sarebbe stato d'accordo, perché aveva già ricoverato diversi ebrei nei reparti facendoli passare per malati». “Tra l'altro il rastrellamento era in palese contrasto con il fatto che Roma fosse stata dichiarata ”Città aperta”». “Seppi poi che una parte furono ricoverati, mentre altri erano stati nascosti nel Palazzo della Cancelleria (vicino a piazza Farnese) e nel dormitorio di Santa Maria in Cappella, dietro a via dei Vascellari. Si salvarono tutti. Quando rientrai in ospedale, mi dissero della loro riconoscenza per Borromeo, il primario. La decisione di tenerli in corsia, in fondo, l'aveva presa lui, dopo essersi consultato con il cardinale vicario, Marchetti-Selvagiani.

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