QUARTA DI QUARESIMA: UNA RIFLESSIONE

Come già fatto in precedenza, affidiano alla vostra lettura la riflessione dell'Arcivescovo di Matera-Irsina, mons. Giuseppe Caiazzo, in occasione dell'appena trascorsa quarta domenica di Quaresima. "Se c’è un animale che terrorizza è il serpente. Fa paura più di tutti gli altri animali. E’ silenzioso, viscido, striscia, capace di infilarsi in qualsiasi fessura. Fa paura il solo pensiero di trovarselo improvvisamente dinanzi. Ricordo di essermi trovato più volte a contatto diretto. Una volta me lo son trovato tra le mani, un’altra volta mentre strisciava sui miei piedi. Vi assicuro che non è una bella esperienza, soprattutto quando si tratta di una vipera, pur essendo certi che nessun serpente attacca se non si sente minacciato. Nel libro della Genesi il serpente è presentato come il maligno, il tentatore, il diavolo, colui che rompe l’armonia con Dio e i fratelli e allontana da Dio e dai fratelli. Maria, la nuova Eva, è la donna che schiaccia la testa dell’antico serpente. E’ strano che il serpente, così inteso, venga presentato come simbolo di salvezza da guardare. Il male improvvisamente viene cambiato in bene. La paura diventa forza di salvezza. E’ illogico tutto questo. Eppure Dio, attraverso Mosè, cambia ogni cosa. Quegli stessi serpenti velenosi, che facevano morire, vengono resi impotenti. Gli uomini volgono lo sguardo verso il serpente di rame, che Dio ha reso simbolo di guarigione e salvezza. Ma anche nel Vangelo sentiamo parlare Gesù in modo strano. Dice a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Tutti sappiamo come è stato innalzato: sulla croce! Segno per noi oggi scontato ma che all’epoca terrorizzava per la crudezza. Morire in croce era la morte più dolorosa, violenta, assurda e disumana. La condanna a morte in croce era considerata spettacolo, ma Gesù si consegna volontariamente e la sua croce diventa segno di salvezza, di vita eterna. Una logica sempre più strana quella di Dio. Ma questa è la logica dell’Amore che prova per l’umanità: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato». Sulla croce si coglie il mistero dell’incarnazione. Un amore senza “se” e senza “ma”. Un amore smisurato, dilatato, per dare vita così come, mi si permetta il paragone, si dilata una donna quando mette al mondo un figlio. L’amore di Dio è senza limiti. Non cerca il proprio interesse ma quello degli uomini. Ogni parto ha i suoi dolori: prima, durante e dopo. Ci vuole coraggio, forza, e non è facile vincere la paura. Tutti siamo figli dell’amore dei nostri genitori ma anche figli delle doglie delle nostre mamme. Non c’è amore senza doglie, non c’è vita senza pianto, non c’è gioia senza paura. Ogni momento della nostra vita ha bisogno di essere letto nella logica di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Se esuliamo da questo modo di intendere l’amore, parliamo di “amori”, di sentimenti, di attrazione fisica. Se non si dilatano gli spazi dell’amore, c’è il rischio di rimanere chiusi nei nostri mondi, incapaci di guardare ai veri bisogni dei fratelli: esistiamo io e te! Così concepito, ognuno vive la sua storia in una sorta di miopia dell’amore, sterile e incapace di dare tutto di sé. E’ l’amore malato, che porta all’altrui distruzione e all’autodistruzione; è l’amore malato sul quale si regge una società fondata sulla fragilità narcisistica, sulla inconsistenza di giustificazioni, su scelte regolate da leggi parlamentari. Al contrario abbiamo bisogno di un amore che sia desiderio di una vita servita, accolta, accompagnata e incoraggiata. Eppure, la logica della croce fa paura anche oggi. Meglio esorcizzarla. Meglio ritornare nei paradisi artificiali dove il serpente ci inganna, piuttosto che guardare a Gesù, innalzato sulla Croce per dare a noi la vita eterna. Impegno. Ripensiamo a come viviamo la nostra affettività alla luce dell’amore che Cristo ha per noi: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). A volte viviamo relazioni di affettività malate sia all’interno della vita matrimoniale e familiare che fuori di essa. Amicizie che diventano relazioni dominanti sull’altro/a, ministeri che sono come promozioni militari dati sempre alle stesse persone… Durante la liturgia potrebbe essere valorizzato il momento della proclamazione della Parola: la Scrittura, infatti, è la grande lettera d’amore che Dio ha scritto a tutta l’umanità. Si auspica che possa essere portata in modo solenne all’inizio della processione d’ingresso, intronizzandola e facendola proclamare a chi l’ha meditata, capìta e non ai primi che arrivano, o addirittura a bambini".
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  † Don Pino