"PERSONE, NON SCHIAVE"

L’Università della Basilicata collaborerà con il Cestrim (Centro studi e ricerche sulle realtà meridionali) nel progetto “Persone, non schiave”, destinato a migranti e minori non accompagnati, per prevenire e contrastare fenomeni di sfruttamento e riduzione in schiavitù – prima di tutto in favore delle donne – attraverso iniziative in grado di favorire l’integrazione, tra cui i corsi di lingua italiana, di informatica, e percorsi di formazione e di sensibilizzazione. E’ quanto previsto in un protocollo firmato stamani, a Potenza, nella sede dell’Unibas, dalla Rettrice, Aurelia Sole, e dal presidente del Cestrim, don Marcello Cozzi. Il progetto, nell’ambito di un bando della Presidenza del Consiglio dei Ministri, prevede una collaborazione tra l’Ateneo lucano e il Centro studi, che parte dalla segnalazione di “potenziali situazioni di tratta e grave sfruttamento lavorativo” e dal “consolidamento – è scritto nel documento – di una rete pluridisciplinare e di sensibilizzazione del contesto territoriale” per “favorire il confronto e l’interazione tra tutti gli attori chiave nel settore di intervento”. Sono poi previsti corsi di formazione “per l’alfabetizzazione linguistica e informatica” con percorsi individuali che tengano conto di ogni singola esigenza, per favorire “l’autonomia personale e lavorativa”, a cui si aggiungono corsi di lingua straniera e incontri con i tutor. “In un momento come quello attuale – hanno spiegato Sole e don Cozzi – progetti di questo tipo riescono a fornire un supporto a persone che vivono situazioni di tragedia e di sfruttamento: dare loro uno spazio per la formazione personale, prima di tutto quella linguistica e informatica, significa mettere a disposizione gratuitamente gli strumenti primari per l’integrazione e per l’autonomia nella nostra società. Al crescente sentimento di intolleranza e di emarginazione intendiamo rispondere quindi con azioni concrete di sensibilizzazione e di supporto, ovvero gli unici strumenti in grado di costruire un primo ‘scudo’ di libertà e la ‘comprensione’ culturale”.