L'ORDINAZIONE DI MONS. ROCCO PENNACCHIO

Riceviamo e pubblichiamo il saluto e l’omelia di S.E. Mons. Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo di Matera-Irsina, in occasione dell’ordinazione a arcivescovo di Fermo-Jesi di mons. Rocco Pennacchio, nonché il suo discorso.  IL SALUTO "All’inizio della celebrazione eucaristica ringraziamo il Signore per la gioia che ci apprestiamo a vivere attraverso la consacrazione episcopale di Don Rocco Pennacchio ad Arcivescovo Metropolita di Fermo. Sento di ringraziare il S. Padre, Papa Francesco, che ci sta orientando e guidando per le strade dell’umanità ad essere Chiesa viva, giovane, gioiosa, misericordiosa, in uscita. E la scelta di Don Rocco rientra in questa linea. Saluto ognuno di voi e in particolare tutti i confratelli vescovi qui presenti e quanti sono spiritualmente in comunione. Ieri sera Mons. Gianfranco Todisco, mi ha telefonato per manifestare la sua gioia e vicinanza. Permettete che il mio personale saluto e dell’intera Chiesa di Matera – Irsina vada al Segretario Generale della CEI, Mons. Nunzio Galantino. La sua presenza per noi è segno di condivisione con l’intero episcopato italiano e quindi con Sua Em.za Card. Mons. Gualtiero Bassetti, Presidente. Ringrazio l’Episcopato delle Marche, della Basilicata, ma anche della Puglia, della Calabria, della Campania, del Lazio, della Toscana rappresentati da alcuni confratelli, in particolare Mons. Salvatore Ligorio, mio predecessore, padre amato dal clero di Matera –Irsina e dal popolo santo di Dio. Ringrazio Mons. Luigi Conti attuale Amministratore apostolico di Fermo e predecessore di Don Rocco. Saluto Mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Un saluto particolare a quanti, lavorando presso la CEI, oggi sono convenuti a condividere questo momento di grazia.
Saluto tutte le autorità, civili e militari, qui presenti. Saluto soprattutto voi, popolo santo di Dio, presenti in questo luogo e nella chiesa dell’Addolorata, e quanti ci state seguendo da casa, soprattutto anziani e ammalati, attraverso la diretta televisiva grazie al servizio di TRM e TV Centro Marche.
Sento di salutare i fedeli dell’Arcidiocesi di Fermo, qui convenuti, dopo un lungo viaggio. Benvenuti tra noi. Da oggi le nostre Chiese locali, per il dono di Don Rocco, saranno più vicine e unite. Un saluto speciale va alla famiglia di Don Rocco: alla mamma Angela che sicuramente sta offrendo tutte le sue sofferenze per il figlio, prima prete e fra poco vescovo. Anche noi pregheremo per lei. Al papà Giovanni, alla sorella Stefania e al cognato Peppe, con i figli Giulia e Giovanni, che con grande dignità e fede stanno affrontando la perdita del caro fratello Nunzio, giusto un mese fa. E ora dal Signore Gesù, sentiamoci invitati alla mensa della Parola e dell'Eucaristia. Lui ci chiama alla conversione. Riconosciamo di essere peccatori e invochiamo con fiducia la misericordia di Dio.

L’OMELIA DI MONS. CAIAZZO

Con la liturgia della solennità di Cristo Re dell’universo termina il cammino dell’anno liturgico. Non un re politico, col potere del dominio. In Cristo vengono ricapitolate tutte le cose (Ef 1,10) che da sempre sono sue. «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui». (Col 1, 16). Ciò che contempliamo nella Parola appena ascoltata non è altro che il desiderio di Dio di aiutare l’uomo a possedere la libertà, a vincere la sofferenza che porta alla morte, a lottare contro ogni povertà e ingiustizia. E’ vittoria contro il male, contro il peccato che allontana da Dio e dall’uomo.
Sono queste le coordinate del ministero episcopale che oggi viene conferito a Don Rocco: chiamato da, attraverso la Chiesa, a mostrare il volto di Cristo, uomo tra gli uomini ma anche presenza divina che riveste di Dio la porzione di Chiesa a lui affidata, quella di Fermo.
Con il Beato Paolo VI diciamo: «Sostiamo un momento. Come il viandante, arrivato con fatica sopra un’altura, si ferma, respira e contempla. Qui potremmo rimanere a lungo; e tale è l’ampiezza e la ricchezza di ciò che si offre al nostro sguardo, che potremmo far nostre le aspirazioni degli Apostoli sul Tabor: «Bonum est nos hic esse» (Mt 17, 4); potremmo rimanere nella riflessione dell’avvenimento testé compiuto, senza provare sazietà e stanchezza, ma piuttosto gaudio e quasi ansia di più comprendere e di più godere»(Paolo VI, Omelia, 28 giugno 1964).
Questo momento che stiamo celebrando, attraverso i segni, i gesti e soprattutto i ricchi testi che la liturgia ci offre, ci aiuterà ad entrare in un’esperienza spirituale unica per poter contemplare e tradurre nella quotidianità dei rapporti la potenza dell’amore, che deve circolare come unica cura vera per il corpo e per lo spirito. Diventerà scelta di vita, impegno concreto. La Chiesa di Cristo è nella totalità ministeriale e nella sua visibilità comunionale con il vescovo.
L’universo che Dio ci ha donato e ci ha affidato siamo chiamati a custodirlo e servirlo: è la “casa comune” di cui tanto parla Papa Francesco e che ha bisogno di essere preservata e disintossicata dai veleni che i regni di questo mondo, le multinazionali mondiali, sfruttano rendendola sempre più luogo di morte piuttosto che di vita.
L’evangelista Matteo ci presenta Gesù come il nuovo Messia. E’ il nuovo Mosè che consegna la legge di Dio. Se nella legge di Mosè sono contenuti i primi cinque libri della Sacra Scrittura, nel dire di Gesù ci sono cinque discorsi. Il primo di questi è chiamato il “Discorso della Montagna” (Mt 5,1-7,27) con otto beatitudini, l’ultimo, il quinto, ci descrive il Giudizio Finale (24,1-25,46). Sia nel primo come nel quinto discorso, Gesù pone al centro gli esclusi e gli emarginati: i poveri in spirito, i miti, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i promotori di pace e i perseguitati a causa della giustizia. E ancora: accogliere gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i nudi, i malati e i prigionieri.
Il Vescovo sa benissimo, che pur essendo ministro del culto, pastore del gregge a lui affidato, maestro della comunità, è ancor prima un uomo che il Signore ha chiamato e assunto fra gli altri uomini (cfr. Eb 5,1), un eletto. Per dirla con il Beato Paolo VI «è perciò una fonte di grazia, è un dono divino, è una ricchezza spirituale, è una santificazione superiore».E’ chiamato a testimoniare la risurrezione del Signore: questa è stata da sempre la missione della Chiesa nella quale i vescovi, in quanto successori degli apostoli, sono i primi responsabili e le guide. E’ quanto abbiamo sentito da S. Paolo nella seconda lettura:«Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti».
L’evangelista Matteo ci ha detto: «il Signore si siederà sul trono della sua gloria».E dal suo trono guarda, scruta la storia, va alla ricerca dell’uomo sofferente, bisognoso, solo, emarginato. E subito dopo scruta tutto il bene che circola e diventa contagioso più del male che esclude da Dio. Gesù gusta il pane dato all’affamato, si disseta a quel bicchiere d’acqua dato al fratello, sorso di vita. Quindi è l’amore l’oggetto principale del giudizio. E il giudizio si basa su questo: quello che avremo fatto a lui, che si fa vederenei poveri, nei piccoli che egli chiama suoi fratelli. D’altronde il comandamento dell’amore è uno solo: l’amore per Dio passa attraverso l’amore che facciamo circolare tra i nostri fratelli bisognosi nel corpo e nello spirito.
Il Vescovo è chiamato a scrutare i bisogni e le necessità del suo gregge, perché presenza di Cristo Sommo Sacerdote, che, come abbiamo sentito nella prima lettura e nel salmo, manifesta in maniera particolare la misericordia divina attraverso la figura del Bel Pastore che raduna le sue pecore disperse e cura quelle ferite, prima di condurre ai pascoli erbosi dove regna la vita senza fine. «Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine».
Le guarda e le cerca tutte, incominciando da quel legame sacramentale che lo lega ai suoi presbiteri. I preti scoraggiati, delusi, sofferenti, soli, in crisi, bisognosi di ascolto, di misericordia, di amore, di ricostruire rapporti di fraternità.«La cura spirituale del suo presbiterio è un dovere primario per ogni Vescovo… Il gesto sacerdotale che pone le proprie mani nella mani del Vescovo, nel giorno dell’ordinazione presbiterale, professandogli «filiale rispetto e obbedienza», a prima vista può sembrare un gesto a senso unico. Il gesto in realtà impegna entrambi: il sacerdote e il Vescovo. Il giovane presbitero sceglie di affidarsi al Vescovo e, da parte sua, il Vescovo si impegna a custodire queste mani. Il Vescovo diviene in tal modo responsabile della sorte di quelle mani che accetta di stringere tra le sue. Un prete deve poter sentire, specie nei momenti di difficoltà o di solitudine, che le sue mani sono strette da quelle del Vescovo»(Giovanni Paolo II, Pastoresgregis, n. 47).
Attraverso i presbiteri, primi collaboratori, il vescovo guarda e cerca i fedeli battezzati più vicini, quelli della soglia, i lontani che sono la maggioranza. Guarda e cerca quanti scappano dalle loro terre, dai loro affetti chiedendo una vita più dignitosa in una “terra promessa” che spesso non si rivela tale. Guarda e cerca quei giovani che chiedono un lavoro e un futuro che in tanti casi viene loro negato.
Ma il Vescovo guarda e cerca anche coloro che frequentano “il cortile dei gentili” con i quali dialoga, cerca punti di confronto e d’incontro per il bene di tutti. Ecco il segno del “Pastorale” che fra poco Don Rocco riceverà, come un vero pastore: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri». «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli»(Mt 25,31).Gesù è contemporaneamente Re, Sacerdote, Profeta. Tutti i battezzati lo siamo in lui. Il Vescovo, in particolare, è l’unto di Dio che ha la pienezza del sacerdozio. Lo coglieremo attraverso l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ordinante e dei Vescovi presenti; la preghiera di ordinazione durante la quale viene posto sopra il capo dell’eletto al ministero episcopale il libro dei Vangeli, per mettere meglio in luce come la fedele predicazione della parola di Dio sia il principale compito del vescovo.Fra poco, nella preghiera consacratoria dirò, rivolgendomi a Dio: «O Padre, che conosci i segreti dei cuori, concedi a questo tuo servo, da te eletto all’episcopato di pascere il tuo santo gregge e di compiere in modo irreprensibile la missione del sommo sacerdozio. Egli ti serva notte e giorno, per renderti sempre a noi propizio e per offrirti i doni della tua santa Chiesa. Con la forza dello Spirito del sommo sacerdozio abbia il potere di rimettere i peccati secondo il tuo mandato; disponga i ministeri della Chiesa secondo la tua volontà; sciolga ogni vincolo con l’autorità che hai dato agli Apostoli. Per la mansuetudine e la purezza di cuore sia offerta viva a te gradita per Cristo tuo Figlio». L’unzione del capo con l’olio del Sacro Crisma indicala particolare partecipazione del Vescovo al sacerdozio di Cristo: è l’unto di Dio che si dichiara in modo spassionato innamorato dell’uomo, incontrandolo nelle persone che sempre più spesso chiamiamo “ultimi”. Il profumo del Crisma, quello di Cristo, deve arrivare a tutti: dalle famiglie economicamente senza problemi a quelle che non sanno dove poggiare il capo per riposare o che non hanno da mangiare; dalle corsie degli ospedali alle case di riposo; dalle case circondariali ai luoghi di accoglienza per migranti; dalle solitudini degli anziani ai luoghi di ritrovo più diversi dei giovani; dalla gioia dell’innocenza ai tradimenti dell’infanzia; dalle cattedre scolastiche a quelle universitarie; dai governi locali al mondo imprenditoriale… L’evangelista Matteo definisce “giusti” quanti hanno accolto gli esclusi. E’ la giustizia divina che si ottiene non osservando semplici norme o prescrizioni ma aprendo il cuore ai bisogni reali dell’uomo. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
Il Vescovo è pastore e sta in mezzo alle pecore e alle capre per portarle a pascoli erbosi, ad acque tranquille. Le conduce per farle ristorare e riposare. L’immagine del pastore che separa le pecore dalle capre è segno di discernimento: sono due animali che, pur riuscendo a pascolare insieme, sonocompletamente diversi. Per ognunadelle due specie troviamo una sentenza opposta: «venite, benedetti dal Padre mio» o «andate via da me, maledetti».Ad ognuna delle due specie, che chiede spiegazioni viene data una chiara motivazione: «mi avete» o «non mi avete» soccorso nel bisogno. E quando viene chiesto: «Quando ti abbiamo visto?», segue la risposta: «Ciò che avete fatto, o non fatto, ai più piccoli, l’avete fatto, o non fatto, a me».Non è il pastore che esclude ma sono i singoli dell’unico gregge che fanno scelte capaci di dare, farsi prossimo, accostarsi e camminare con gli altri, proprio come Gesù sulla strada di Emmaus con i due discepoli: “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro». E’ il percorso sinodale che abbiamo scelto di fare nella nostra Chiesa di Matera – Irsina partendo proprio da questa icona biblica. Gesù catechizza i due discepoli, annuncia la Parola che fa ardere il cuore fino a farsi riconoscere nello spezzare il pane. Se tutte queste attenzioni e peculiarità sono del ministero episcopale è anche vero che il Vescovo è un uomo come tutti, con le sue fragilità, i suoi momenti di sofferenza, le sue ribellioni, le sue solitudini. Ogni tanto anche a lui farebbe piacere sentirsi dire da un confratello nel sacerdozio o nell’episcopato, da un laico: come stai? Posso venire a trovarti per stare un po’ insieme e magari pranzare o cenare? Oppure pregare insieme.
Tra le domande che saranno fatte fra poco a Don Rocco si evince come Il Vescovo è chiamato ad essere “maestro della fede”, cioè deve annunciare il Vangelo, la lieta notizia perché il popolo santo di Dio cresca mostrando una fede adulta. San Paolo scrive così ai Corinti: «Non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo!...è un incarico che mi è stato affidato»(1 Cor 9, 16.17).
Essere consacrato Vescovo è sicuramente un onore ma di più un onere. Il ministero episcopale ha il carattere di una dignità che accompagna e sostiene un servizio a vantaggio e per il bene dell’intera Chiesa, non è una promozione. Il Vescovo ha a cuore il popolo santo di Dio. S. Agostino dice che «Vescovo non lo è chi ama l’onore più dell’onere, chi desidera precedere più,che giovare»(De civ. Dei, 19, 19; P.L. 41, 647).
Carissimo Don Rocco, conosco il tuo stile, il tuo modo di rapportarti con i presbiteri e con i laici, il tuo amore nel servire la Chiesa in modo disinteressato. Avrai tante gioie, com’è giusto che sia, ma anche tante sofferenze: non scoraggiarti. Sono proprio le prove che diventeranno salutari e ti aiuteranno a capire e condividere la fatica di quanti ti sono stati affidati.
Vivi in comunione con Gesù nel silenzio della preghiera, lui che è il Pastore dei pastori. «Il mondo di oggi ha bisogno di persone che parlino a Dio, per poter parlare di Dio. Solo attraverso uomini … plasmati dalla presenza di Dio, la Parola di Dio continuerà il suo cammino nel mondo portando i suoi frutti»(Papa Francesco).
Il 30 ottobre scorso è stato ricordato il 35° anniversario dell’Ordinazione Episcopale del Servo di Dio Don Tonino Bello. C’è un pensiero suo che mi ritorna spesso e che voglio ripetere in questo momento da condividere con te, caro Don Rocco, e con tutti i confratelli nell’episcopato: «Quando sono stato nominato vescovo, mi hanno messo l’anello al dito, mi hanno dato il Pastorale tra le mani, la Bibbia, messo in testa la Mitra. Sono i simboli del Vescovo. Sarebbe bene che si donassero al Vescovo una brocca, un catino ed un asciugatoio. Per lavare i piedi al mondo senza chiedere come contropartita che creda in Dio. Tu, Chiesa, lava i piedi al mondo e poi lascia fare: lo Spirito di Dio condurrà i viandanti dove vuole lui».
E con il Beato Paolo VI concludo questa mia riflessione: «Possa Don Rocco, che raccoglie con la successione apostolica la grande missione di essere il testimone qualificato della fede, il maestro, il santificatore e il pastore del popolo di Dio, l’edificatore della santa Chiesa, possa essere la gloria di Cristo! È il Nostro incoraggiamento per te, Fratello nell’Episcopato, ad assumere con umiltà, con coraggio, con fiducia il peso formidabile della responsabilità episcopale: sii, Fratello, nella tua persona consacrata, la gloria di Cristo; sii, Fratello, anche nella missione che ti attende, la gloria di Cristo!: è il Nostro gaudio, è il Nostro voto, è la Nostra speranza; è il gaudio, è il voto, è la speranza delle persone venerate e care che fanno corona al nuovo Consacrato; è il gaudio, è il voto, è la speranza della Chiesa di Dio: sii la gloria di Cristo»!
Affidiamo il tuo ministero episcopale alla nostra Madonna della Bruna. Siamo certi che la sua preghiera e la sua vicinanza, insieme a S. Eufemia, S. Eustachio e S. Giovanni da Matera, ti accompagneranno e ti sosterranno. Alla prossima festa della Madonna della Bruna, il 02 luglio, te lo dico a nome di tutta la Chiesa di Matera – Irsina, sarai tu a presiedere il solenne pontificale. Così sia.

IL SALUTO DI MONS. ROCCO PENNACCHIO
Cari amici,
sono stato battezzato il giorno dopo la mia nascita e, passata qualche settimana, mi portarono all’Istituto Sacro Cuore dove mia nonna lavorava per contribuire a sostenere la famiglia. Mi raccontano che la Superiora dell’epoca mi prese, mi sollevo sull’altare e disse solennemente: “Questo bambino lo offriamo al Signore!” E mia madre gridò: “No, no!”, suscitando lo stupore dell’altra Madre. In famiglia, infatti, c’era già un sacerdote, il mio prozio Don Nicola, qui presente, e il tributo alla causa sembrava già versato. La Superiora non sapeva che avrebbe avuto ragione… Da quel momento la mia vita è stata un intreccio di storie quotidiane, di volti che il Signore ha messo sulla mia strada per farmi decidere di ascoltare la sua voce. Nelle pieghe delle esperienze vissute, nei chiaroscuri di tante vicende ho sperimentato nella mia umanità talvolta molto debole e in tante vicende all’apparenza negative, l'intervento potente della sua Grazia che ho voluto inserire nel motto proprio perché l’ho sempre sentita viva e presente. Lodo perciò il Signore e lo ringrazio per tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino. Innanzitutto i miei genitori e mia sorella che, insieme a mia nonna, morta ormai quindici anni fa, mi hanno accudito tra sacrifici e concretezza di fede, in un clima di serenità e di allegria che mi hanno reso sempre fiducioso nella Provvidenza; anche in questi mesi, così delicati per la salute di mamma, non ci scoraggiamo proprio perché siamo cuor contenti e andiamo avanti, con Peppe, mio cognato, Giulia e Giovannino, ancora un po’ disorientati perché zio Rocco riparte di nuovo.
Cominciai a frequentare il catechismo per l'iniziazione cristiana nella parrocchia San Paolo, retta da mio zio; mi colpiva la sua permanenza in parrocchia dal mattino alla sera. Credo di aver mutuato dalla sua sensibilità la ricerca della franchezza e della lealtà unite al rispetto dell’inviolabilità della coscienza. Non ho mai sentito da lui inviti a farmi prete; del resto, scherzosamente talvolta si definiv aanticlericale! Durante l’adolescenza, la parrocchia fu segnata dal fenomeno della contestazione, presente allora anche in altre realtà della diocesi e della regione. Furono anni di grande fermento, alla ricerca della rilevanza sociale e politica del Vangelo, ancora troppo imbrigliato in una religiosità tradizionale intimistica. L'epilogo drammatico della contestazione (sei preti lasciarono il ministero il giovedì santo del 1978) coinvolse l’allora vice parroco cui sono debitore, tra l’altro, dell’avermi insegnato gratuitamente a leggere la musica e a suonare l’organo. Da questo evento negativo germogliò il mio impegno ecclesiale. Incominciai a interessarmi al coro, all'animazione del gruppo giovanile di cui facevo parte, all'Azione cattolica e così l’allora vescovo, Mons. Michele Giordano, inascoltato, mi invitò per la prima volta ad entrare in Seminario.
L’esperienza della presidenza diocesana di Azione cattolica fu indimenticabile sotto tanti punti di vista: il contatto vivo e frequente con le realtà parrocchiali, con i laici e i parroci, con lo sforzo di rendere effettiva la promozione del laicato sollecitata dal Concilio... Tutto ciò mi spinse a curare la mia formazione e mi inserì nel contesto ecclesiale diocesano. Da allora ho imparato cosa significhi avere la Chiesa come madre. L'Associazione mi offrì innumerevoli occasioni di spiritualità per rinnovare il vigore apostolico. In quegli anni ho conosciuto persone fantastiche (padri e madri di famiglia, consacrate, lavoratori) che ancora oggi sono riferimenti di Vangelo vissuto.
Un concorso vinto al Banco di Napoli sembrò segnare ormai la strada futura della mia vita. Sono stato fortunato, rispetto ai miei coetanei, per aver cominciato a lavorare quando ancora non avevo vent'anni. Fortunato per il tipo di lavoro, molto ben retribuito, e per averlo svolto sempre nella mia città. Quel lavoro mi piaceva perché avevo anch'io la possibilità di trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio. Quante persone ho incontrato! E in tutte mi sforzavo di vedere il volto di Cristo. Nei quasi undici anni di banca ho ricevuto lezioni di competenza, di lealtà, di umanità; sono perciò debitore a questa esperienza che mi ha fatto conoscere apprezzare il lavoro e il valore della giusta retribuzione della propria fatica. Il Signore ha permesso questa esperienza perché si manifestasse maggiormente la sua gloria e così facendo mi ha lavorato a poco a poco per rendermi materia un po' più malleabile per il progetto che aveva su di me.
Mi ero buttato a capofitto nella ricerca dell'identità laicale e la credevo ormai acquisita ma più mi impegnavo nel lavoro, nell’associazione, più lavoravo con i laici, più mi si illuminava - quasi per contrasto - la figura del sacerdote.Dopo tanti anni di impegno laicale ero sul ciglio di una scelta presbiterale. E anche il nuovo vescovo, Mons. Appignanesi, cominciò a parlare di Seminario…
In questi anni ricordo il consiglio di sacerdoti santi che mi hanno incoraggiato a leggere, nei momenti di difficoltà, l'azione silenziosa di Dio che nonostante tutto continuava a dispensare i suoi benefici. Tra questi, don Angelo Mazzarone, che mi avrebbe accompagnato al sacerdozio e un mio amico valdostano, che a pochi mesi dall’ordinazione presbiterale si fece monaco certosino. Con la sua scelta compresi che il Signore mi stava lavorando poco alla volta. Nel 1991, ebbi la possibilità di indirizzare al Papa un saluto a nome dei giovani lucani. Fece molto scalpore per la chiarezza, forse eccessiva, con cui prospettavo le situazioni relative al lavoro, alle raccomandazioni, al sottobosco delle clientele politiche. In quella occasione capii chela libertà di spirito era il bene più prezioso che il Signore mi chiedeva di mantenere e che nulla poteva trattenermi dal seguire la strada che Egli aveva tracciato: il tempo era propizio e con l’aiuto del maestro dei novizi dei cistercensi di Lérins, dopo qualche settimana in abbazia, ritornai a casa con la convinzione che avrei dovuto farmi aiutare in un discernimento mirato sulla mia vocazione. Continuai a lavorare regolarmente abituandomi poco alla volta all'idea di lasciare il lavoro. Il giovedì santo 1993spiegai al direttore, a lui solamente, il vero motivo per cui chiedevo un periodo di aspettativa non retribuita. Nominato il nuovo vescovo, Mons. Ciliberti, andai a trovarlo a Locri e mi incoraggiò a proseguire. L’esperienza del Seminario fu formidabile per la regola di vita che ancora mi accompagna, seppur tra alti e bassi, per l’amicizia costruita con tanti giovani, oggi confratelli, per la testimonianza sacerdotale in particolare di don Pierdomenico al quale rinnovo oggi la mia gratitudine per il sincero affetto che ha per me e per il suo esempio di vita. Nei quasi vent’anni di sacerdozio ho servito soprattutto la parrocchia San Paolo, e per brevi ma intensi periodi, San Giuseppe Artigiano e Mater Ecclesiae di Bernalda; ho ripreso l’impegno in AC, da Assistente. L’insegnamento all’ITIS e al Liceo Classico mi hanno aiutato ad entrare nel vivo della realtà dei giovani e delle loro famiglie; tramite il servizio all’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità ho conosciuto donne forti e autentiche testimoni silenziose del Vangelo. I cinque anni alla CEI mi hanno aiutato ad amare ancora di più la Chiesa, servendola in quell’ambito delicato che è l’amministrazione dei beni; qui oggi c’è una nutrita rappresentanza di sacerdoti e laici, diversi venuti anche da molto lontano per condividere la mia gioia. Don Nunzio Galantino rimane un riferimento di amicizia – ormai di lunga data – e di ispirazione pastorale. In quest’ultimo anno, formidabile, la mia famiglia è stata la parrocchia San Pio X che porto nel cuore come un dono prezioso, soprattutto per l’amicizia spirituale di tante persone e quell’ordinaria bellezza dell’impegno pastorale. Don Gino e don Tommaso, dall’alto, vegliano sulla comunità e su don Domenico che ha raccolto il testimone. Non vi dimenticherò mai.
Eccellenza carissima don Pino, carissimi confratelli sacerdoti della diocesi di Matera-Irsina, sono onorato di aver fatto parte del nostro presbiterio e vi ringrazio per la sincera amicizia sacerdotale che abbiamo vissuto insieme. La mia gratitudine va in particolare a Lei, Eccellenza, che ha voluto mostrarmi in modo sovrabbondante la Sua attenzione e la sua generosità.In questa occasione, poi, molti di voi, insieme a tanti laici hanno lavorato senza sosta per la riuscita della celebrazione, che i Cantori Materani, la Polifonica Pierluigi da Palestrina e l’orchestra del Conservatorio ci hanno fatto gustare ancora di più. Faccio miei i ringraziamenti del Vescovo per tutte le autorità e quanti sono intervenuti. Carissimi amici della Chiesa di Fermo! Sabato si avvicina e cresce la trepidazione. Come dissi il giorno dell’annuncio, vi chiedo fin d’ora di accogliermi con semplicità e amicizia, perché anch’io mi inserisca nel bel cammino ecclesiale che già percorrete; e di sostenermi con la preghiera perché impari a diventare sempre di più il vostro Padre, Pastore, amico. Insieme testimonieremo la gioia del Vangelo nella terra che il Signore ci ha donato. Vi ringrazio di essere venuti così numerosi nella nostra bella città di Matera. Nelle prossime vacanze di Natale un gruppo di giovani e di preti fermani ritorneranno qui per una “mini GMG”. Sono sicuro che non mancheranno occasioni per consolidare il vincolo tra Fermo e Matera, che oggi viene sancito. In queste ultime settimane ho sperimentato la grazia di Dio attraverso le tante persone che, quasi più di me, erano felici e orgogliose che un materano venisse consacrato vescovo. Quante preghiere, quanti incoraggiamenti, quanti doni ho ricevuto… Ieri mi è stata donata una stola realizzata a mano con scampoli derivanti dalla produzione dei salotti, realizzata da tre giovani migranti che, grazie alla coop. Il Sicomoro, stanno riscoprendo la loro dignità attraverso il lavoro. Una certa cultura, ci ricorda il Papa, vorrebbe trasformarli in scarti e loro ci dimostrano che, messi nelle loro mani, anche gli scarti riprendono vita.
Vi ho raccontato la mia vita perché la più grande ricchezza che porto nel cuore sono i volti incontrati in tutti questi anni; molti sono qui, questa sera, a partecipare alla mia gioia, tutti segni di una grazia di Dio che mi accompagna da sempre, da quel giorno in cui venni battezzato e la suora disse “Lo consacriamo al Signore”. Anche tramite voi, il Signore, nella mia debolezza, ha fatto bastare, anzi ha sovrabbondato con la Sua Grazia, che oggi fa di me un Vescovo. Mi affido alla preghiera degli anziani, degli ammalati, che hanno la possibilità di seguirci in diretta grazie a TRM e a TV Centro Marche, perché possa servire degnamente il popolo di Dio affidatomi.
Vi ringrazio tutti e prometto che pregherò per voi, per le vostre famiglie, per le vostre necessità. Ringrazio il Santo Padre Francesco che ha avuto fiducia in me ed è luminoso esempio di pastore con l’odore delle pecore. Le opere di misericordia che il Vangelo ci ha ricordato sono il faro che illuminerà il mio cammino; la Madonna della Bruna, Assunta in cielo e i santi Patroni ci proteggano. Amen.