EUROSTAT: LE REGIONI POVERE NON CRESCONO ANCORA

L’elaborazione, realizzata dal Sole 24 Ore è rigorosamente prodotta con l’ausilio dei numeri di Eurostat, calcolati a parità di potere d’acquisto, per essere effettivamente comparabili fra loro. A quasi un mese dalla celebrazione dei Trattati di Roma...

...nel corso della quale una delle principali questioni in agenda dei principali leader europei (cancelliera tedesca Angela Merkel e presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in primis) mostrarono unità di vedute sulla necessità di un’Europa “a due velocità”, arriva l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea a formalizzare (se mai ce ne fosse ancora bisogno) le principali differenze di reddito tra le regioni degli stati europei. Ma il quadro che emerge è ancor più frammentato e trasversale di quanto non si pensasse, ovvero di una netta spaccatura tra Paesi del Nord e Paesi mediterranei. Non è quello che emerge dai dati reali. Tanto per fare un esempio, l’area italiana più ricca, figura al 23esimo posto fra le europee. La provincia autonoma di Bolzano infatti con la ricchezza procapite di più di 42mila euro è allo stesso livello dell’austriaca Salisburgo e dell’olandese Groningen. Ma anche senza prendere le ricchissime, basta uno sguardo ai ricchi tedeschi (di Hannover), o agli inglesi di Bristol, sui loro stessi livelli figurano infatti ben sei regioni italiane (Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Lazio e Toscana sono nella fascia tra i 35 e i 30mila euro di reddito). Al di sotto della fascia reddituale (procapite) dei 20mila euro annui troviamo ad esempio la Puglia. Con 18.200 euro di ricchezza media un pugliese se la gioca alla pari con un macedone e con un abitante della regione di Severozapad, profondo Nord della Repubblica ceca. Quale impatto deriva da questi dati? Innanzitutto ci restituiscono l’immagine di un Paese in lento ma inesorabile declino (quadro ancora più desolante al Sud), che si allontana dalle aree più ricche e più dinamiche dell’Unione. Come evidenzia Giuseppe Chiellino sul “il Sole 24 Ore” tutte le regioni, in base alle ultime 4 rilevazioni (dal 2012 al 2015) hanno indietreggiato portando il dato nazionale sotto la media europea.“A fine 2015 tutte le regioni stavano peggio rispetto a quattro anni prima. Fa eccezione la Basilicata che non solo non ha perso terreno ma è riuscita a crescere un po’ grazie soprattutto all’effetto Jeep Renegade dello stabilimento Fca di Melfi, restando comunque sotto il 75% della media europea, soglia che separa le regioni povere (‘meno sviluppate’ secondo la nomenclatura ufficiale) da quelle considerate ‘in transizione’, a metà del guado”. La soglia del 75% è importante perchè ricade direttamente nelle logiche di distribuzione dei fondi strutturali europei (FSE), ogni sette anni. Secondo la politica di coesione europea alle regioni più povere vanno maggiori investimenti proprio per promuovere la convergenza verso gli stessi livelli di quelle più ricche. Ma i numeri diffusi certificano che non solo questi investimenti non hanno raggiunto l’obiettivo prefissato ma anzi alle cinque regioni italiane meno sviluppate (la Basilicata, nonostante l’effetto FCA rimane tra queste insieme a Puglia, Campania, Calabria e Sicilia) rischiano di aggiungersi anche Calabria e Sicilia. La presunta inefficacia di queste azioni rischia di tradursi, insieme ai tagli post Brexit e alla necessità di fronteggiare le varie emergenze (dall’ambiente, alla sicurezza fino alle migrazioni), nel taglio di fondi a partire dal 2020. Le sei regioni, devono dunque dimostrare di saper spendere bene queste risorse, anche aiutate dal ministo per la coesione De Vincenti, che a Bruxelles deve sostenerle nel confronto con chi vorrebbe drasticamente ridurle e rivedere i criteri di assegnazione e di spesa (da trmtv.it-Donato Mola).